Un’estate boreale

Proseguiamo oggi con i consigli per gli acquisti, e passiamo ad una casa editrice inconfondibile e molto amata. Sto ovviamente parlando di Iperborea, che per ancora dieci giorni applicherà il 20% di sconto sul suo catalogo, oltre che regalarvi, in caso di un acquisto di due titoli, un bellissimo taccuino.

Ho deciso di concentrarmi su due autori che mi hanno rapita completamente e di concludere con un piccolo bonus.

Sicuramente conosci anche tu la situazione, magari cogli di sfuggita un movimento in una casa disabitata, un cigolio nel sottotetto dove non c’è mai nessuno, un pianoforte che suona in una stanza vuota. Eventi del genere possono insinuarsi nel sistema nervoso, cominciamo a sudare alla minima occasione, storie piene d’ombra ci tormentano il sonno e riempiono il buio di minacce. Eppure hanno un’essenza positiva, implicano la certezza che ci sia un mondo oltre il nostro. Chi crede a certe cose è comunque più attrezzato per affrontare la solitudine dell’uomo, conosce più tardi il precipizio dell’incertezza, è in qualche modo fortunato.

Cominciamo subito con Jón Kalman Stefánsson, autore islandese di cui vorrei consigliarvi due titoli che ho deciso di presentarvi nell’ordine in cui li ho affrontati.

Ho scoperto questo autore ormai due anni fa con il libro “Luce d’estate ed è subito notte”. Ricordo ancora che lo acquistai in una piccola libreria della mia città natale, profondamente attratta dalla copertina (cose che mi capita di rado); le piccole figure danzanti sullo sfondo di un paesaggio rurale mi hanno ricordato i quadri di Chagall, e senza nemmeno leggere la quarta di copertina ho deciso di portarlo a casa. In quel momento non avevo idea di quanto fosse giusta la scelta che stavo compiendo.

Questo romanzo parla di un piccolo paese, dove le vite di molti personaggi si intrecciano e ci lasciano intravedere stralci della loro esistenza. A differenza delle dimensioni del paese e del numero ridotto di abitanti che lo popolano, la densità abitativa del romanzo è molto alta, lo consiglio infatti a chi apprezza i romanzi corali, dove una realtà collettiva ci viene raccontata attraverso voci diverse, con tutte le distorsioni del caso. Ogni spaccato di vita ci sembra sospeso in bilico fra una luce intensa ed il più profondo degli abissi, è presente un’aura magica che permea anche le storie più comuni, rendendo la quotidianità qualcosa di incantato ed affascinante. Tutti i personaggi sembrano inseguire una risposta, la cui domanda scatenante è:”Perché viviamo?”; ed ognuno a suo modo cerca di spiegarsi e spiegarci l’esistenza, che nonostante l’abitudine e le sua semplicità non è mai scontata.

Ha una sorta di premonizione ma la respinge, lo fa per un riflesso involontario, come chi finisce in mare afferra il salvagente, o come chi si ritrova al buio accende la luce, rimuove il sospetto perché il mondo resti al suo posto. La vita è ingiusta e per questo non passa molta differenza tra il tentativo di salvare se stessi e la codardia.

Una simile ricerca pervade anche l’altro titolo di Stefánsson che vorrei consigliarvi: “I pesci non hanno gambe”; in questo caso la narrazione si concentra su due storie parallele; quella di Ari, editore di successo, che ha però sempre sognato una carriera poetica, che tradisce la moglie e decide di scappare da una vita che sembra non soddisfarlo più. Questa si intreccia con la storia di sua nonna Margrét, che una volta tornata in Islanda dopo aver vissuto in Canada decide di sposare un pescatore islandese, finendo per fare i conti con una solitudine incurabile.

Si alternano quindi le vicende di questi due protagonisti, ma ci vengono mostrare nel frattempo anche le esistenze di altri personaggi a loro vicini, il tutto collocato alternatamente fra due diversi punti dell’Islanda. Stefánsson ci mostra una ricerca della felicità che persiste costantemente, indipendentemente da sesso, luogo e periodo storico. Ari e Margrét cercano questa felicità e combattono contro l’impossibilità di raggiungerla, immersi nel paesaggio islandese, morfologicamente variegato e dall’enorme potenza visiva. L’ambientazione di questo libro è infatti fondamentale, la natura sembra spesso farsi protagonista del racconto, arrivando a rispecchiare il dolore e la desolazione degli umani che la popolano.

Non si può rimanere indifferenti davanti a questa profondissima opera, che finisce per aprirci dentro degli squarci e ci spinge a porci domande sull’esistenza e sulla nostra condizione di perenne insoddisfazione.

Tono decisamente diverso ha la terza opera che vi propongo, “Il liberatore di popoli oppressi” di Arto Paasilinna, libro che mi è stato regalato e mi ha permesso di scoprire un autore che è entrato a far parte della cerchia dei miei preferiti.

Non di solo pane vive l’uomo, anche di scartoffie.

Il romanzo si apre presentandoci la neonata relazione fra il glottologo Viljo Surunen e la maestra di musica Anneli Immonen. I due, conosciutisi tramite Amnesty International, hanno profondamente a cuore i diritti umani, sono così idealisti da risultare quasi teneri all’inizio del romanzo, e sarà questa volontà di salvare gli oppressi che spingerà Viljo ad intraprendere un viaggio estremamente pericoloso. Egli deciderà innanzitutto di partire per il Morterey, paese centroamericano retto da un pressante regime militare, dove tenterà di salvare il professore universitario Ramón López, detenuto ingiustamente.

Come se non bastasse il nostro protagonista si spingerà anche nell’Est Europa, in Delatoslavia, dove persone innocenti vengono detenute in un manicomio come criminali di guerra.

La penna di Paasilinna è pervasa da un’ironia oscura e pungente che ho trovato esilarante, ancor più evidente per il contrasto in cui si trova con le tematiche del libro. Non dovete infatti avvicinarvi a quest’opera con l’idea di ridere sguaiatamente; qui infatti vengono affrontate tematiche pesanti, come l’oppressione militare, la detenzione per crimini inesistenti e soprattutto la tortura, che in molti paesi non viene ritenuta reato; pratica che il protagonista ha la sfortunata occasione di vedere da vicino. Le scene cruente si alternano ad eventi esilaranti, e siamo portati fin da subito a provare una forte empatia per Viljo, il quale ci dimostra che, se davvero lo si vuole, è possibile agire in tanti modi alle ingiustizie del mondo e della società.

Decido di concludere questo articolo con un piccolo bonus, e cioè con un libro che ho in libreria ma che, purtroppo, non ho ancora letto. Voglio però nominarvelo dato  l’interesse che mi suscita e la fiducia che ripongo in questa casa editrice.

L’opera in questione è “Anime Baltiche” di  Jan Brokken, un saggio che ripercorre la vita di alcuni importanti personaggi del panorama culturale, legati fra loro dalla provenienza dai Paesi Baltici. Il libro è corredato da un curatissimo apparato fotografico e presenta una mappa dei luoghi di cui si andrà a parlare, elemento che, personalmente, mi intriga sempre molto.

Non avendone ancora affrontato la lettura non posso dirvi altro, ma spero di potervene parlare al più presto, dato che mi affascina estremamente, soprattutto per alcuni nomi trattati, primo fra tutti Mark Rothko.

Con questo vi saluto e vi auguro una buona lettura!

 

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Cinque Adelphi molto belli e colorati

Rimaniamo nell’ambito delle promozioni estive, e stavolta parliamo di Adelphi, che fino al 30 giugno ci propone uno sconto del 25% sui libri in edizione tascabile. Vista la vasta e validissima scelta di titoli e le copertine accattivanti, come orientarsi? Che titoli scegliere?

Oggi vi propongo cinque titoli monumentali di cinque autori altrettanto importanti, infatti possiamo dire che prenderò le opere ad esempio, ma di base il mio intento sarà quello di invogliarvi a recuperare l’intera produzione di questi mastodonti della letteratura.

  • Cominciamo con Oliver Sacks, e nello specifico vi consiglio “L’uomo che scambiò sua moglie per un cappello”. il libro in questione è un saggio neurologico che analizza, divisi in relative categorie, una serie di casi clinici che lo stesso Sacks ha avuto occasione di osservare durante la sua carriera di neurologo. Non ne sapete nulla di lesioni encefaliche? Non dovete preoccuparvi, anch’io quando ho iniziato a leggere questo libro non sapevo assolutamente nulla dell’argomento, ma questo non ha assolutamente costituito un ostacolo. I casi presentati da Sacks sono analizzati in modo da essere compresi anche da un lettore non competente del settore, ed anche la struttura del libro ne aiuta la comprensioni, partendo ad esempio dalla sezione “Perdite”, e cioè le patologie accomunate da una deficit di funzionamento di regioni encefaliche, fino ad arrivare al “Mondo dei semplici”, dove l’autore si concentra sul modo che alcuni pazienti hanno di comunicare con l’esterno. Il punto di forza di Sacks è sicuramente quello di accompagnare il lettore in un percorso di scoperta, semplice e  a volte divertente, ma che non tralascia mai la spiegazione scientifica dei fenomeni, resa comprensibile, ma non per questo superficiale. Lo consiglio a chi è intrigato dai segreti della mente umana e a chi si approccia alla lettura con curiosità e con la voglia di imparare cose nuove.

 

  • Il secondo autore non ha bisogno di presentazioni, parliamo infatti di Vladimir Nabokov. Lo so, lo so, avrete sentito parlare di “Lolita” in tutti i modi possibili, ma quando parliamo di Adelphi questo è in assoluto il primo titolo che mi viene in mente. Ho infatti un legame con questo libro creatosi quando cominciavo a leggere quelli che consideravo “libri veri”, “libri da adulti”. Questo libro mi ha stregata e profondamente turbata allo stesso tempo, mostrandomi una realtà che non conoscevo, quella dell’ossessione di Humbert per quella che “era Lo, semplicemente Lo al mattino, ritta nel suo metro e quarantasette con un calzino solo. Era Lola in pantaloni. Era Dolly a scuola. Era Dolores sulla linea tratteggiata dei documenti. Ma tra le mie braccia era sempre Lolita.”                  Evito di raccontarvi la trama, con cui, se siete fortunati, non sarete mai entrati in contatto e, se interessati, avrete la possibilità di scoprire durante la lettura. Vi consiglio questo libro nella consapevolezza che molte persone che conosco lo hanno odiato, più per motivi di stile che di trama; lo stile di Nabokov infatti, oltre ad essere estremamente poetico ed evocativo, tende a soffermarsi su lunghe descrizioni ed elucubrazioni. Lo puntualizzo per permettere ad un possibile lettore di orientarsi meglio nel decidere quale libro acquistare, secondo i suoi gusti.
  • Sul terzo titolo non mi dilungherò molto, parliamo di “Flatlandia” di Edwin A. Abbott. Quest’opera sfrutta come personaggi delle figure geometriche che abitano un mondo monodimensionale, questo per analizzare tematiche importanti, prima fra tutte la paura del diverso, cosa su cui, in questo momento storico, c’è molto bisogno di riflettere. Vi rimando alla recensione che ho scritto se volete una descrizione più puntuale del libro, una lettura molto piacevole, ma piena di spunti di riflessione.

 

  • Siamo arrivati quasi alla fine di questa breve lista, ed è il turno di Arthur Schnitzler con il suo capolavoro “Doppio sogno”. Questo breve romanzo racconta la storia di una coppia di sposi, il dottor Fridolin e la moglie Albertine che, dopo aver partecipato ad un ballo mascherato si ritrovano a parlare dell’attrazione provata da entrambi per degli sconosciuti, conversazione che li porterà a rivelarsi ulteriori segreti e che si concluderà quando il marito uscirà in piena notte per andare ad assistere un malato. Comincia qui per il protagonista una serie di avventure, a tratti assurde, che si concluderanno quando tornerà a casa dalla moglie, con la vista sul letto coniugale, accanto alla consorte addormentata, di una maschera piena di implicazioni. Se la trama vi suona familiare probabilmente avrete visto “Eyes wide shut” di Stanley Kubrick, che trae infatti ispirazione da questo romanzo; ve lo consiglio vivamente se vi piacciono le atmosfere cupe, se vi affascina la psicanalisi e credo che vi stupirete di come Schnitzler riesca, in così poche pagine, a stupire il lettore e a portarlo a scavare dentro se stesso.

 

  • Siamo quindi giunti all’ultimo titolo, parliamo qui di un libro che ho letto di recente e che mi ha molto colpita. “Le braci” di Sándor Márai, opera che tratta dell’amicizia fra due persone; la vicenda è vista interamente dagli occhi di uno dei due, Henrik, che ormai anziano ripercorre le vicende che lo hanno legato a Konrad, poiché quest’ultimo gli ha inviato una lettera e i due a breve si vedranno. Henrik inizialmente ci racconta di come si è creato il loro rapporto, dal loro primo incontro in un collegio militare viennese, sotto l’impero austro-ungarico di Francesco Giuseppe, dove ci vengono presentate le loro caratteristiche individuali e la loro diversa estrazione sociale, fino ad arrivare all’inevitabile punto di rottura, il tradimento. Sarà proprio questo tradimento a portare i due a separarsi, e quando il momento di rivedersi si avvicina la tensione è palpabile; seguire i preparativi e le disposizioni date da Henrik per ricevere il suo ospite ci trascina dentro quell’attesa e tratteniamo il fiato fino a quando Konrad finalmente arriva. Nella seconda parte del libro, dove finalmente i due vengono in contatto e dialogano fra loro, ci si concentra sul risentimento, sulla rabbia covata per un’intera vita, e questo romanzo ci mostra come il rancore scavi solamente chi lo porta, come esso riesca a logorare le persone nella speranza di una vittoria che è vana, una vendetta che non basterebbe a curare le ferite lasciate suppurare lungo tutta un’esistenza.

 

Spero che questi titoli vi abbiano dato spunti interessanti e concludo con una breve postilla dove vi elenco i libri di questi autori che mi piacerebbe leggere prossimamente:

Arrivederci a tutti e vi auguro una buona lettura!

Al mare con Einaudi – 10 tascabili + 1

Come ben sapete è tempo di offerte in campo libresco e, come ormai da due anni a questa parte, Einaudi, fino al 30 giugno, regala un telo mare a chi acquista due tascabili. La domanda sorge spontanea; come orientarsi in un mare di titoli?

Ho deciso quindi di proporvi una breve lista che si muove per aree geografiche, presentandovi in tutto undici opere che ho molto apprezzato, sperando di fornirvi qualche spunto per le prossime letture estive.

Cominciamo con i classici, vi propongo infatti due autori russi che tanto amo e di cui non potrei mai fare a meno:

  • Lev Tolstoj; chi mi conosce sa che Anna Karenina è il mio classico preferito, ma come fare se Tolstoj ci spaventa e ci si deve (perché da bravi lettori è un dovere prima o poi entrare in contatto con questo autore) approcciare a lui per la prima volta? Ho deciso di consigliarvi “La sonata a Kreutzer”, un libro che affronta sostanzialmente il tema del matrimonio e della gelosia, visto proprio dagli occhi di un marito geloso ed omicida. Vi consiglio un libro breve del mio amato Tolstoj nella speranza che anche chi lo teme, approcciandosi ad una lettura più rapida, possa cominciare ad apprezzarne lo stile che, contrariamente a quello che si pensa, è tutt’altro che ostico.

 

  • Fëdor Dostoevskij – “Memorie dal sottosuolo”: nel caso di Dostoevskij invece mi permetto di consigliare un libro che, seppur altrettanto breve, non è certamente di facile comprensione. “Memorie dal sottosuolo” ci presenta appunto le memorie di quest’uomo misterioso, che poco svela di sé, se non alcune vicende avvenutegli e le sensazioni che gli hanno scatenato, sfociando in apparenti deliri sulla sua condizione. Un uomo che non deve rimanerci simpatico, che possiamo disprezzare a volte, ma da cui non possiamo considerarci troppo dissimili, per il fatto stesso di essere umani. È un libro che mi ha totalmente spiazzata, e che, se amate questo autore, sono sicura che non vi lascerà indifferenti.

 

  • Paul Auster – “Leviatano”:  Cominciamo adesso con una breve serie di autori americani. Come alcuni già sapranno mi sono approcciata per la prima volta a questo autore solamente nell’ultimo anno, ed è stata un’assoluta folgorazione. Leviatano racconta la storia di due amici, ma non è solo questo, non può esserlo con Auster. La vicenda, estremamente intricata e misteriosa, ha come punti trainanti due elementi che in Auster sono fondamentali; l’amore per la scrittura, che unisce i due amici e che gioca un ruolo centrale fino alla fine del romanzo, e la forza del destino. La narrazione infatti salta cronologicamente avanti e indietro nel tempo, attraverso racconti e flashback, inizia buttandoci in mezzo ad una vicenda già piena di elementi e concludendosi con un perfetto incastro di tutte le parti, anche quelle che in principio sembravano più assurde. Una lettura che vi terrà incollati dalla prima all’ultima pagina.

 

  • Philip Roth – “La macchia umana”: Vista la recente scomparsa di questo autore mastodontico non potevo non citarlo in questa breve lista. Sostanzialmente “La macchia umana” è un libro che ci racconta la storia di Coleman Silk, un uomo che ha vissuto tutta la sua vita, che lo ha portato ad essere un anziano insegnante universitario, portandosi un gigantesco segreto sulle spalle, un segreto legato alle sue origini, e sconosciuto ai più anche se nascosto in bella vista. Sarà il fraintendimento di un termine da lui utilizzato per definire uno studente assenteista della sua classe che lo porterà a doversi confrontare con i suoi conoscenti, con l’intero ambiente accademico e con il suo passato. Inutile dire che quella di Roth è una penna magistrale e che ogni riga sembra far trasparire una cultura sconfinata, senza per questo farti sentire inadeguato, ma facendoti innamorare di quel genio che questo autore è stato e sempre sarà.

 

  • Jonathan Franzen – “Le Correzioni”: Mi accingo qui a toccare un altro mostro sacro dell’Olimpo americano. In questo romanzo Franzen ci racconta la storia della famiglia Lambert, originaria del Midwest, formata dai genitori Alfred ed Enid e dai tre figli, Chip, Gary e Denise. Questo è un libro estremamente denso di personaggi e avvenimenti, poiché ci presenta tutte le piccole e grandi contraddizioni di una famiglia, tutti gli elementi che è necessario limare, nascondere, e tacere per cercare di far funzionari gli ingranaggi tanto diversi di un unico meccanismo. Ma anche come alla fine le cose nascoste, l’impossibilità autoimposta di chiedere aiuto, le finzioni, creino delle incomprensioni che non sempre si possono superare con l’affetto.

 

  • David Foster Wallace – “La scopa del sistema”Non posso che concludere la sezione americana con David Foster Wallace, un autore che amo profondamente e che con questo libro ha in qualche modo avviato la mia ricerca da lettrice. “La scopa del sistema” è il libro che mi ha fatto capire cosa io cercassi in un romanzo, e mi ha insegnato a non accontentarmi; dei personaggi, della trama e dello stile delle letture che ho fatto successivamente. Lenore, la protagonista, è un personaggio assolutamente tridimensionale (come del resto lo sono tutti gli altri personaggi), con cui credo sia impossibile non empatizzare. Con David Foster Wallace anche le situazioni più surreali acquistano assoluta credibilità, e tutta la narrazione è sempre pervasa da quell’ironia amara che è sua cifra stilistica e, visti i risvolti biografici, ci fa sorgere molte domande su questa figura geniale e controversa.

 

  •  Magda Szabó – “La porta”:  Facciamo adesso una breve tappa in Ungheria, dove ho trovato un’autrice che mi ha sconvolta come raramente mi è capitato in letteratura. Il giorno in cui ho acquistato questo romanzo al Salone del Libro di Torino (insieme a “La scopa del sistema” di Wallace) la commessa mi ha detto che avevo preso i due libri più belli che avevano in vendita. Quella che avevo preso per una frase di circostanza per lusingare il mio ego da lettrice si è dimostrata poi essere piuttosto vera. “La porta” è un romanzo duro, che racconta il rapporto fra due donne molto diverse, la padrona di casa e narratrice della storia ed Emerenc Szeredás, una signora anziana che la aiuta nelle faccende domestiche. Uno scontro generazionale che fa avvertire nitidamente la tensione che fra le due si crea; Emerenc è una donna forte e disillusa, profondamente radicata nella tradizione, ma sotto alcuni aspetti estremamente stravagante, la narratrice invece è una donna più flessibile ma che si lascia condizionare maggiormente dai suoi sentimenti, e che insiste nel tentativo di capire Emerenc, provando una profonda rabbia quando non ci riesce. L’autrice analizza i loro rapporti con una sensibilità senza eguali, ma vi consiglio questo bellissimo libro solamente se siete disposti a soffrire un po’, poiché è una vicenda a cui non si riesce assolutamente a rimanere indifferenti.

 

  • Natalia Ginzburg – “Lessico famigliare”Facciamo un salto in Italia, con un romanzo famigliare che è proprio quello che promette di essere già dal titolo. In questo romanzo infatti Natalia Ginzburg ci mostra la storia della famiglia Levi attraverso il suo personalissimo lessico, cioè tutta quella serie di parole che ogni famiglia crea nel suo conversare quotidiano, che diventano delle formule rituali e sembrano quasi esorcizzare quello che di terribile c’è al di fuori del focolare domestico. Anche in questo caso si empatizza immediatamente con i personaggi e le loro vicende, ed il rilievo che viene dato alla parola in quanto tale è estremamente interessante e ci porta a domandarci in prima persona quale sia il proprio lessico famigliare, facendoci rendere conto che tutte le famiglie possono somigliarsi, ma che ognuna avrà una diversa gamma di abitudini particolari.

 

  • Murakami Haruki – “After dark”, “Tutti i figli di Dio danzano”Con una breve tappa in Giappone colgo l’occasione di consigliare ben due raccolte di racconti, dato che per ora ho nominato solamente romanzi. Queste due brevi raccolte contengono in sé dei racconti anch’essi brevi, che consiglio solo a chi apprezza già l’autore. Qui troviamo molti esempi del Murakami più onirico e surreale, infatti spesso i racconti ci vengono presentati come delle immagini, delle visioni oracorali collocate fuori dal tempo, in uno spazio indefinito. Non consiglio il libro a chi teme questa sospensione, e soprattutto (come praticamente per tutta la produzione di Murakami) non lo consiglio a chi non ama i finali aperti. Pur non amando i racconti ho trovato queste raccolte godibili e profonde, mi hanno fatta pensare a dei portali aperti su un altro mondo, dove ci intrufoliamo come ospiti indesiderati. Potrei usare la metafora del “guardare la scena dal buco della serratura”; che, seppur banale, rende bene la sensazione di spiare le vicende presentateci da Murakami di nascosto, trattenendo il respiro per non rischiare di interrompere l’incanto del sogno.

 

  • Jean-Paul Sartre – “La Nausea”Concludo questa lista in Francia con un autore che per me è immancabile ogni volta che si parla di “buona letteratura”, Jean-Paul Sartre. La Nausea. Quante volte lo avrete sentito nominare? Mi premuro di consigliarvelo solamente perché è un libro che amo profondamente, e non vorrei che molti si lasciassero limitare dall’idea che esso sia eccessivamente impegnativo come lettura. La Nausea ci racconta la storia di Antoine Roquentin che, stabilitosi a Bouville, passa le sue lunghe giornate cercando di scrivere una tesi di dottorato in storia. Non ve lo consiglio se per voi leggere deve essere quel momento di svago e di distacco dal quotidiano, perché questo libro ti sorprende alle spalle e ti spinge nella vita reale, e non ci sono margini a cui aggrapparsi. Lo consiglio invece a chi è disposto a sprofondare in questo mare immenso di riflessioni sulla condizione umana e consiglio di farlo con estrema attenzione, ascoltando ogni singola parola che il protagonista ha da offrire. Lo consiglio soprattutto a chi da tutta la vita sente di vagare con un peso opprimente sullo stomaco, attanagliato costantemente da una nausea che sembra non avere origine precisa, una nausea che è sempre stata lì fin da quando ne avete memoria. Non otterrete risposte, ma vi aiuterà a sentirvi meno soli.

 

“FAILED IT!” – Erik Kessels e l’importanza dell’errore.

“We are all failures – at least the best of us are.” (J. M. Barrie)

Erik Kessels, nato nel 1966 a Roermond, è pubblicitario, fotografo e designer, oltre che gallerista ed editore.

Ho avuto l’opportunità di approfondire il suo lavoro nella mostra “The Many Lives of Erik Kessels”, retrospettiva tenutasi al Centro CAMERA di Torino, nell’estate 2017. La retrospettiva si articolava in molteplici stanze, dove venivano presentati, in ordine rigorosamente non cronologico, sia lavori originali di Kessels che le sue raccolte di ‘fotografia ritrovata’, composte dal materiale fotografico più disparato da lui selezionato, comprendente il lavoro inconsapevolmente coerente svolto da alcuni semplici fotoamatori.

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Ed è stato proprio nel bookshop della mostra che mi sono imbattuta in questo libro, che nella sua semplicità ho trovato illuminante.

Come dice il titolo stesso l’opera di Kessels è volta a mostrarci come, in un momento storico dove ci viene continuamente ricordata l’importanza di essere perfetti, sia importante rivendicare la legittimità dell’errore e sia quasi doveroso comprendere come un errore possa trasformarsi in idea ed essere quindi utilizzato nel processo creativo, diventando a volte parte integrante di esso.

L’autore ci presenta una serie di esempi che prendono il via proprio dal concetto di errore, partendo dai più banali sbagli architettonici, così evidenti da sembrarci incredibili, per poi passare ad una parte in cui ci troviamo davanti dei casi molto diversi fra loro; dagli artisti che hanno deciso consapevolmente di eleggere l’errore a fulcro del proprio lavoro; come Helmut Smits, che decide di dare una nuova funzionalità a degli oggetti della vita quotidiana modificandone la struttura. Fino ad arrivare a quelli che mi sentirei di chiamare veri e propri artisti inconsapevoli; ad esempio la persona che per anni ha ritratto il suo cane dal pelo completamente nero, il quale risulta sottoesposto nella serie fotografica, creando un effetto di oscurità totale, dandoci l’impressione che in ogni fotografia sia presente un’inquietante presenza indecifrabile, invece che un simpatico animale domestico.

Il lavoro di raccolta ed esposizione del materiale di Kessels è estremamente efficiente, e il denso apparato di immagini, coniugato a spiegazioni semplici e ad una spolverata di sagace ironia, rendono la lettura estremamente scorrevole e divertente, adatta anche ad un pubblico che non è solito avventurarsi nei meandri dell’arte contemporanea.

Ricollegandomi ad un libro letto recentemente, “Attraversare i muri – Un’autobiografia” di Marina Abramović, vorrei soffermarmi sull’argomento che è il fulcro dello scritto di Kessels.  Nella sua autobiografia Marina ci parla dei seminari da lei tenuti per degli aspiranti performers, ragazzi a cui veniva indicato, nel corso dell’insegnamento, di scrivere le proprie idee su dei fogli di carta e di buttare in un cestino quelle che consideravano impraticabili, il cestino sarebbe stato successivamente svuotato e la Abramović avrebbe cominciato a lavorare con gli studenti proprio sulle idee che essi ritenevano inadatte alla realizzazione, sostenendo che esse fossero proprio quelle più valide, in quanto gli studenti avevano paura di metterle in pratica.

Ed è proprio questo che risulta evidente nel libro di Kessels, il quale ci insegna a non avere paura della possibilità di sbagliare, e ci mostra come le idee che ritenevamo più idonee ad essere destinate al macero sono in realtà quelle che possono rivelarsi più sorprendenti. L’errore è infatti un punto di forza incredibile, che può trasformare una bella o una brutta foto, o una serie di foto, in arte. È sbagliato eliminare delle possibilità  solamente perché in prima analisi ci sembrano inadatte alla realizzazione o non corrispondenti al canone che siamo soliti considerare artistico, ed è quindi importante serbare le idee e gli errori che accumuliamo ogni giorno, cercando di sfruttarli nel modo migliore.

“Make mistakes. Every day.”

L’autore ci ricorda costantemente la noia che si cela nella perfezione, quindi, seguendo il suo consiglio, permettiamoci di sbagliare e lasciamoci travolgere dalle idee, permettiamo alla creatività di fluire, lasciando sempre spazio all’errore.

4321 – “recensione lampo”

 

Ciao a tutti lettori! Torno sul blog per una breve recensione di un titolo che, anche ad alcune settimane di distanza dalla lettura, continua a tornarmi in mente. “4321” è stato il mio secondo approccio con Paul Auster, infatti dopo la lettura di “Leviatano” ho capito di essere pronta ad immergermi in questa nuova storia.

Nonostante la mole del libro non è poi così difficile sintetizzarne la trama, esso infatti parte con un capitolo “0”, dedicato alla vita dei nonni di quello che sarà il nostro protagonista, ed al loro arrivo in America. Da qui in avanti si dipanerà la vita di Archie Ferguson; ma Auster non si limita a mostrarci la sua vita, ma i quattro differenti percorsi che essa avrebbe potuto intraprendere a seconda delle sue scelte e dei tiri del destino.

Ed è questo il centro della narrazione, il destino. Paul Auster ci mostra con estrema maestria come la vita di ognuno può cambiare a seconda di scelte minime, prese individualmente o da altri. L’autore non è nuovo a questa tematica, che infatti affronta in modo impeccabile, mostrandoci quattro facce del protagonista, indipendenti, ma che finiscono inevitabilmente per legarsi, attraverso dettagli, fisici e caratteriali, e rapporti interpersonali che i quattro Archie condividono.

Una di queste costanti che attraversa tutte le vite del protagonista, in modo diverso, è la scrittura. Auster è ossessionato dalla scrittura, tanto che nei suoi personaggi è possibile riconoscere distintamente un alter ego dell’autore, che entra in conflitto con la scrittura, si critica più di quanto lo facciano gli altri, ma non la abbandona mai. Giunti alla fine del  libro diventa più che mai evidente l’importanza che essa ha per l’autore, come per il protagonista della sua opera, e improvvisamente sembrerà chiudersi un cerchio che il lettore non aveva forse nemmeno percepito, un percorso che non appare fin da subito essere quello che è.

Questa “recensione lampo” per dirvi che spero non vi facciate intimidire dalla mole e che, se vi sentite anche solo minimamente attratti da questo libro, vi buttiate in questa immensa storia che, oltre ad intrattenere il lettore, lo trascina nella vicenda, facendolo arrivare ad un punto in cui egli sentirà Archie come un amico, del quale sentirà sicuramente la mancanza al termine del loro viaggio insieme.

BAO: Consigli per gli acquisti

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Come molti di voi già sapranno, dal 26 marzo la casa editrice Bao Publishing applicherà uno sconto del 25% sull’intero catalogo, che si prolungherà sino al 22 di aprile. Ma come orientarsi all’interno di un catalogo così vario? È partendo da questa domanda che ho deciso di consigliarvi alcuni titoli da me molto amati, sperando così di poter dare una mano a qualcuno che ancora non si sia deciso su quale titolo acquistare.

“Vincent” – Barbara Stok

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Vorrei iniziare questa lista di consigli con il primo fumetto da me letto di questa casa editrice, il magnifico “Vincent”. Barbara Stok, autrice olandese vincitrice del premio Stripschapprijs, ci presenta una graphic novel, realizzata in collaborazione con il Van Gogh Museum di Amsterdam, che è ciò che si presenta già dalla copertina, un ritratto di uno dei pittori più discussi e controversi dell’Ottocento, artista che non ha mai abbandonato la sua posizione di centralità all’interno del dibattito artistico.

Questo fumetto tratta nello specifico del periodo passato dall’artista ad Arles, e della sua idea utopica di creare un atelier condiviso, un collettivo di pittori disposti a vivere insieme e a dedicarsi alla creazione senza vincoli istituzionali e mentali. Per continuare poi con l’internato di Vincent nell’istituto Saint-Rémy, con un breve spaccato sul suo ultimo tratto di vita passato ad Anvers.

L’autrice riesce, seppur mantenendo la semplicità dei testi e dei disegni a rendere perfettamente il carattere di Vincent, altalenante ai massimi livelli, collerico, ma dolce e fortemente idealista. Una persona estremamente sincera, che non ha paura di porsi in conflitto anche con dei perfetti sconosciuti e che non rinuncia alle sue idee nemmeno nei momenti più bui.

Le opere pittoriche del protagonista sono rese in maniera impeccabile, nonostante la diversità dello stile e del medium utilizzato dai due (le pennellate rapide, cariche e pastose dei quadri di Van Gogh e i colori piatti e i contorni netti delle tavole della Stok); gli scorci di realtà che il pittore olandese rappresentava risultano quanto mai riconoscibili, innescando una scintilla nella memoria visiva del lettore, che si sente immediatamente attratto da quelle immagini per forza di cose assimilate nel suo bagaglio culturale. Riconosciamo il fratello Theo, mercante d’arte ed affezionatissimo a Vincent, il postino Joseph Roulin e la moglie, protagonisti di celebri ritratti, Gauguin  e il litigio che divise la sua strada da quella di Vincent.

Ho trovato anche eccezionale la rappresentazione delle crisi del pittore, e come in un breve fumetto l’autrice sia riuscita a rendere sia l’infinito amore provato da Van Gogh per l’arte sia la profonda disperazione che lo ha afflitto lungo tutto il corso della sua vita.

In definitiva un’opera diretta, tenera e profonda, che consiglio soprattutto a chi, da amante dell’arte, voglia approcciarsi al mondo del fumetto, in modo che possa sentirsi su un terreno sicuro, dove ritrovare la storia di un uomo che non smetterà mai di far parlare di se.

“Dimentica il mio nome” – Zerocalcare

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Quando si parla di fumetti Bao come non parlare di Zerocalcare? Ormai non c’è un appassionato di fumetti che non conosca questo nome, e che lo abbiate conosciuto grazie al suo blog o dal suo ultimo fumetto “Macerie Prime” è impossibile che non abbia conquistato almeno in parte i vostri gusti.

Difficile però è scegliere una sola fra le sue graphic novel pubblicate, quindi ho deciso di lasciarmi guidare dal mio gusto personale, orientandomi per l’appunto su “Dimentica il mio nome”. Se conoscete bene Zerocalcare sicuramente saprete che i suoi fumetti sono infarciti di autobiografia, il nostro narratore infatti ci racconta una serie di esperienze personali, contornato da una serie di personaggi, che egli rappresenta come animali umanizzati o idoli dell’infanzia tratti da fumetti, film e cartoni animati.

Quindi se il mio interesse è volto al lato autobiografico dell’autore, perché scegliere fra tutti proprio dimentica il mio nome? La mia scelta è dovuta al fatto che, fra tutte le sue opere questa è quella che a parer mio compie un passo ulteriore nella storia dell’autore, e non un passo in avanti, ma un passo in profondità. La vicenda infatti narra della storia di Zerocalcare e della sua famiglia, in particolar modo di sua nonna e affronta in quest’opera dei temi estremamente profondi.

Vi è una spaccatura fra il piano reale e quello narrativo, ma nonostante l’elemento surreale, Zerocalcare tratta di situazioni riscontrabili nella vita di ognuno. Innanzitutto della difficoltà che si incontra nel tentativo di ricostruire il passato rimanendo oggettivi, soprattutto per quanto riguarda l’infanzia e ciò che è venuto prima di noi, un passato ricostruito attraverso frasi sentite per metà, vaghi ricordi di quel parente che da un giorno all’altro non si è più visto senza spiegazioni; tutte lacune che rischiano di essere riempite da una menta ancora acerba da fantasie infantili, e non è detto che prima o poi si arrivi a capire dove il sogno diverge dalle realtà.

L’autore ci ricorda l’importanza di avere un punto fermo, una colonna che è sempre rimasta solida nella nostra infanzia, e di come essa possa crollare, di come il dolore degli altri ci possa creare sconcerto, e di come non siamo pronti ad affrontarlo.

E soprattutto, come si può intuire dal titolo, Zerocalcare che non si può far corrispondere ad un semplice nome la nostra identità.

“Il suono del mondo a memoria” – Giacomo Bevilacqua

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È passato ormai più di un anno dalla prima volta che ho letto “Il suono del mondo a memoria” di Giacomo Bevilacqua, quando il primo giorno di sconti Bao sono corsa in libreria per acquistarlo, per poi sfogliarlo meravigliata, cosa che tutt’ora mi capita di fare di tanto in tanto. Il fumetto tratta la storia di Sam, un fotoreporter recatosi a New York per un scrivere articolo su un esperimento sociale, che consisterà nel vivere in questa città per ben due mesi senza parlare con nessuno. La trama si complica nel momento in cui il protagonista si accorge che le fotografie da lui scattate presentano sempre uno stesso elemento ricorrente. Non vi svelo altro della trama, poiché per immergersi in questa storia credo che sia d’obbligo farlo senza troppi preamboli.

Parlerò invece di un elemento che ha reso per me questo libro indimenticabile, al di là del disegno, la luce. Per chi conosce Bevilacqua si sarà accorto che ha l’incredibile capacità di spaziare fra innumerevoli stili fra un lavoro ed un altro, in questo volume è subito evidente l’importanza della luce, alla base dell’immagine fotografica. Infatti già partendo dal lavoro del protagonista è comprensibile come in questa storia la fotografia e la luce siano fondamentali; ogni tavola ci restituisce una parte di New York, ci sembra di sentirla intorno a noi, anche per chi come me non l’ha mai visitata. E non sono solamente i colori ad essere luminosi, ma è proprio la luce ad irrompere nelle tavole, calda e brillante, aumenta e diminuisce la sua intensità, avvolge le immagini e i personaggi.

Credo che il modo migliore per convincere una persona ad acquistare questo volume sia lasciare che lo sfogli, e non potrà fare a meno di rimanere colpita dal calore, e dal colore, che essa emana.

 

“Saga” – Brian K. Vaughan, Fiona Staples

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Dopo tre opere grafiche autoconclusive arriviamo alla prima serie a fumetti. Scritto da Brian K Vaughan, il quale ha lavorato per Marvel e DC, e disegnato da Fiona Staples, la quale ha realizzato copertine per Superman e Batman. Il disegno infatti ricorda i comics americani, conservando però una sua riconoscibilità e la storia è pervasa da un dinamismo a volte estremo sempre in grado di catturare il lettore. Ma che cos’è Saga? Saga è un serie di fumetti a tematica fantascientifica, ma definirla così è riduttivo, essa infatti è anche una storia sull’amore e sulla sua forza, I protagonisti, Alana e Marco, due individui appartenenti a mondi diversi in conflitto fra di loro, si innamorano, e, come è ovvio, ciò li porta a vivere continuamente in bilico fra la vita e la morte. I due combatteranno strenuamente per il proprio amore, e soprattutto per dare la possibilità alla loro figlia di vivere la sua vita; ed è proprio quest’ultima, ormai adulta a narrarci la vicenda dei suoi genitori. Non dovete però pensare ad una storia drammatica e soffocante, infatti l’autore è riuscito a bilanciare perfettamente i vari elementi della storia, inframezzando i momenti drammatici con situazioni estremamente ironiche, rendendo la narrazione estremamente scorrevole.

Ho trovato meravigliosa la caratterizzazione dei personaggi, soprattutto quelli negativi, infatti in racconti del genere c’è sempre il rischio di incappare in cattivi monolaterali, che seguono insistentemente il loro obiettivo senza porsi alcun tipo di domanda. Le nemesi di Saga sono esattamente l’opposto, sono pieni di sfaccettature, e man mano che conosciamo i nostri protagonisti cominciamo a conoscere anche loro, e non diventa più una questione di patteggiamento per una delle due parti.

Colgo l’occasione per consigliare la recentissima edizione deluxe contenete i primi tre numeri, e vi assicuro che non ve ne pentirete, poiché ogni volta che finisce uno dei volumi sentirete di dovervi immediatamente procurare quello successivo.

“CineMAH presenta: Il buio in sala” – Leo Ortolani

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Giungiamo così all’ultimo fumetto che voglio consigliarvi, fumetto per la cui lettura ho rimandato la pubblicazione di questo articolo, dato che sicuramente esso avrebbe avuto secondo me molte possibilità di finire in questa lista di consigli. Chi è un habitué del mondo dei fumetti non può non conoscere Leo Ortolani, e che siate fan di Rat-Man o non lo abbiate ancora mai incontrato, credo che questo fumetto debba essere imprescindibile per tutti gli amanti del cinema, e soprattutto di chi ha frequentato assiduamente le sale negli ultimi anni. L’opera si compone di una raccolta di recensioni a fumetti iniziata con quella di “The Avengers” e pubblicate online. Una caratteristica di questo fumetto è sicuramente il fatto sia riuscito a farmi ridere in ogni tavola, che io mi trovassi d’accordo o meno con l’autore, e anche nel caso in cui non avessi visto il film. Trovo quasi superfluo sottolineare l’abilità comica di Ortolani, e decido quindi di non dilungarmi, aggiungendo questo fumetto solamente come una postilla, consigliandovi spassionatamente di acquistarlo, che voi siate fan di Ortolani, del cinema o semplicemente desideriate farvi una risata.

Chi ha paura della terza dimensione? – Flatlandia, racconto fantastico a più dimensioni

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Edwin Abbott Abbott nasce a Londra il 20 dicembre del 1838, reverendo, rettore della City of London School, a suo nome troviamo più di quaranta titoli, fra cui Flatlandia, edito per la prima volta nel 1884; il cui incipit recita:

“Agli

Abitanti dello SPAZIO IN GENERALE

E A H. C. IN PARTICOLARE

E’ Dedicata Quest’Opera

Da Un Umile Nativo della Flatlandia

Nella Speranza che,

Come egli fu Iniziato ai Misteri

Delle TRE Dimensioni

Avendone sino allora conosciute

SOLTANTO DUE

Così anche i Cittadini di quella Regione Celeste

Possano aspirare sempre più in alto

Ai Segreti delle QUATTRO CINQUE O ADDIRITTURA

SEI Dimensioni

In tal modo contribuendo

All’Arricchimento dell’IMMAGINAZIONE

E al possibile Sviluppo

Della MODESTIA, qualità rarissima ed eccellente

Fra le Razze Superiori

Dell’UMANITA’ SOLIDA.”

 

Ma che cos’è Flatlandia? Flatlandia, come dice il nome stesso è un mondo che si compone di sole figure a due dimensioni. La prima parte del libro è infatti dedicata dall’autore all’illustrazione dei modi di vita e delle abitudini che vanno a costituire questa società bidimensionale, sfruttando come narratore un quadrato, un personaggio di livello dignitoso all’interno della scala sociale, poiché infatti gli abitanti della Flatlandia si differenziano a seconda del numero di lati che posseggono: più i lati aumentano più la loro posizione è preminente, partendo dagli scellerati triangoli scaleni fino ad arrivare alla classe ecclesiastica, dotata di lati incalcolabili. L’unica eccezione è costituita dalle donne, le quali infatti si presentano come linee rette; elemento che è avvalso ad Abbott un’accusa di sessismo, dato che le suddette rette vengono presentate come esseri irrazionali, collerici, in grado di uccidere le figure bidimensionali trapassandole da parte a parte, ma sottomesse agli uomini, poiché essi, possedendo più lati, le superano in intelligenza, e costrette, a causa della loro pericolosità, a dimenare il fondoschiena per palesare la loro presenza. L’accusa a mio parere risulta infondata, dato che la società chiusa e statica della Flatlandia ben si coniuga con il ruolo servile in cui la donna-retta viene relegata, e per molti aspetti ricorda il modo impari in cui la donna è stata vista all’interno della società per molto tempo, è che, ad oggi, non risulta ancora del tutto scardinato.

Oltre alle differenze fra le varie forme di vita bidimensionali Abbott illustra anche molti altri elementi interessanti, riguardanti il modo di vedersi fra loro degli abitanti, tutti ovviamente appoggiati su di uno stesso piano, il loro modo di spostarsi, come sono costruite le loro case, e interessanti rituali da essi svolti quotidianamente ed in occasioni particolari. Le spiegazioni dell’autore sono spesso corredate da esempi e disegni esplicativi, e sono assolutamente comprensibili anche per chi trova ostiche materie quali la geometria: è questo infatti che mi porta a dire che il libro in questione sarebbe adatto ad un pubblico giovane, in modo da far apparire una disciplina scientifica, che talvolta può sembrare piuttosto lontana, più vicina a noi, più umana.

La seconda parte dell’opera racconta dell’incontro illuminante fra il Quadrato e una sfera. Ovviamente il nostro protagonista bidimensionale, che non ha mai fatto esperienza di una terza dimensione, non è inizialmente in grado di credere che essa possa anche solo lontanamente esistere, e che la Sfera stessa non sia un solido, ma una figura bidimensionale che sta cercando di tirargli un brutto scherzo. Attraverso una serie di esempi e prove tratte dall’incredibile figura solida, però, il Quadrato arriverà a credere che essa esista e si farà vero e proprio profeta della terza dimensione. Ovviamente essere l’unico a predicare l’esistenza di una dimensione ulteriore, in un mondo dove essa è invisibile ed indimostrabile, gli renderà la vita difficile e lo metterà in una posizione estremamente scomoda.

Attraverso questo espediente Abbott ci mostra l’incomprensibilità del diverso, di quello che è altro da noi, in un modo semplice e per niente retorico, indicando come aprire la mente alla scoperta sia l’unico modo possibile per giungere alla scoperta stessa, e quanto invece sia controproducente chiudersi in ciò che è già consolidato nel nostro sapere a causa della paura dell’ignoto.

In conclusione ritengo che Flatlandia sia un libro immancabile nella libreria di ogni lettore e che la sua semplicità sia un enorme punto di forza, che permette al libro di arrivare in modo chiaro e diretto, incuriosendo chi lo legge e spingendolo a volgersi verso il mondo con volontà di scoprire e conoscere.